Rapporto Italia 2009

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Di seguito puoi leggere l'abstract del Rapporto Italia 2009, alla fine della pagina troverai invece la sintesi e la versione integrale.

 

Il  Rapporto Italia 2009 si compone di circa 1.100 pagine ed è articolato in 10 sezioni tematiche introdotte dalle considerazioni generali del Presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, dal titolo "Un Paese più avanti del suo Governo - L'impaziente attesa"

Istituzioni Economia Lavoro Infrastrutture Giustizia Sicurezza Conoscenza Comunicazione Ambiente Costume e Società

 

Sono passati pochi mesi dalla costituzione del nuovo Governo, ma già si respira un’aria di “impaziente attesa”: il Paese sembra essere ancora più avanti del suo Governo e attende, appunto, che questi lo raggiunga.

In genere sono i governi e le classi dirigenti a precedere, ad indicare la mèta, a tracciare il percorso. Nel nostro caso, invece, la società italiana, cresciuta e consapevole, appare sempre più desiderosa di forti e decisivi cambiamenti. È andata avanti e pretende che il Governo la segua, ne assecondi gli obiettivi.

Non è un caso , se si pensa alla stagnazione e all’immobilismo politico che ha contrassegnato, negli anni della Prima Repubblica, l’elettorato italiano, che tutte le tornate elettorali dal ’94 ad oggi siano state caratterizzate da capovolgimenti di fronte e cambi di maggioranza alla guida del Governo. L’impazienza e l’insoddisfazione per le promesse disattese nella storia recente ne ha marcato l’estrema mobilità. Si è liberato dai vincoli delle appartenenze ideologiche, osserva e valuta laicamente i risultati dei governi in carica ed esprime, in piena consapevolezza, il proprio giudizio attraverso il voto, con fluttuazioni spesso marcate.

Soprattutto quando il mare è agitato ci si aspetta che il nostromo guidi la nave con perizia e competenza, e che mantenga la rotta stabilita.

Il sistema Italia non può attendere oltre e questa consapevolezza è ampiamente diffusa nell’opinione pubblica indipendentemente dall’orientamento politico degli italiani.

E invece si continua ad assistere ad una ridda di proposte, di dichiarazioni, di slogan, di programmi che vengono puntualmente smentiti il giorno dopo. Aggiustamenti, verifiche, messe a punto, correzioni danno l’impressione di una orchestra dove ogni singolo musicista segue uno spartito diverso.

Il Governo sembra procedere come nella processione di primavera di Echternach: due passi avanti e uno indietro. Ma, se non vuole dilapidare il patrimonio di consenso conquistato, dovrà rapidamente produrre le risposte attese affrontando le grandi questioni che sono sul tappeto. Tra queste, le più urgenti sono la riforma della giustizia, quella della Pubblica amministrazione e la ridefinizione del modello di welfare in senso europeo.

 

 

Cittadini in attesa di una guida sicura,

istituzioni alla ricerca del tempo perduto

 

Sembra fermarsi il calo complessivo della fiducia nelle diverse Istituzioni registrato negli scorsi anni. Infatti, sebbene il numero degli italiani che si dicono sfiduciati sia comunque prevalente, si possono rintracciare indicazioni di ripresa o comunque di stabilizzazione. Insomma, il trend discendente che ha segnato il distacco dei cittadini dalla politica e dalle Istituzioni subisce una battuta d’arresto nel corso del 2008 e all’inizio del 2009.

La rilevazione dell’Eurispes segnala in particolare l’aumento della fiducia dei cittadini nei confronti del Capo dello Stato con un incremento dei consensi di quasi quattro punti percentuali. Per le altre Istituzioni prevalgono numericamente gli sfiduciati, ma sul fronte di chi accorda la propria fiducia si evidenziano cambiamenti positivi: così accade per il Governo che si porta avanti di 2 punti, ma soprattutto per il Parlamento che acquista un +6,8% e, al contempo, una diminuzione di quanti si dicono sfiduciati del 3,5%.

Il Capo dello Stato ottiene quindi il consenso della maggioranza degli italiani (62,1%): si tratta di un livello di fiducia in aumento rispetto al sondaggio dello scorso anno quando i fiduciosi si attestavano al 58,5%. In particolare, il 21% ripone in lui molta fiducia, il 41,1% abbastanza, il 24,6% poca, il 9% nessuna.

Rispetto allo scorso anno, la fiducia dei cittadini nei confronti del Governo segna una tendenza in aumento passando dal 25,8% del 2008 al 27,7% del 2009. Sebbene il numero di quanti si dicono sfiduciati sia maggioritario (70,5%), questo dato fa registrare un lieve calo rispetto a quello del 2008 (71,5%). In particolare, cala la percentuale di cittadini che non ripongono alcuna fiducia nel Governo (da 31,1% a 27%). Allo stesso tempo, si incrementa il dato di chi ripone la massima fiducia nel Governo (dal 3,3% al 6,4%).

Sempre rispetto allo scorso anno si evidenzia un aumento della fiducia nel Parlamento di ben 6,8 punti percentuali (da 19,4% a 26,2%) e, in parallelo, una diminuzione di quanti si dicono sfiduciati di 3,5 punti percentuali (dal 75,3% del 2008 al 71,8% del 2009).Il 26,2% dei cittadini ripone la propria fiducia nel Parlamento (contro il 71,8% che non si fida). In particolare, il 5,3% ha molta fiducia in questa Istituzione e il 20,9% abbastanza. Al contrario il 20,6% non ripone in essa alcuna fiducia e il 51,2% poca.

Oltre la metà degli italiani, il 53,7%, non ha fiducia nella Magistratura, mentre il 44,4% esprime fiducia. Si tratta di un dato in linea con quanto rilevato lo scorso anno (rispettivamente 53,6% vs 42,5%). La Magistratura ha conosciuto nel corso degli ultimi anni un forte calo dei consensi: dal 52,4% di fiduciosi del 2004 al 38,6% del 2006; nel 2008 si è registrata una contenuta crescita (42,5%), proseguita nel 2009 (44,4%).

Il dato di chi ha ritrovato fiducia nelle Istituzioni è cresciuto rispetto allo scorso anno raddoppiandosi (dal 5,1% al 10,5%) e facendo registrare la percentuale più alta all’interno del periodo 2004-2009. Il livello di fiducia non ha, invece, subìto variazioni per il 32,6% (nel 2008 questo dato si attestava al 40,7%). Allo stesso tempo, è aumentato il numero di quanti riferiscono che la propria fiducia nelle Istituzioni è diminuita (49,6% nel 2008 e 55,6% nel 2009).

Le altre Istituzioni. Le Istituzioni che ottengono la fiducia delle percentuali più elevate di cittadini sono le associazioni di volontariato (71,3%), i Carabinieri (69,6%), la Polizia (63,3%), la Guardia di Finanza (62,7%), seguita dalla Polizia penitenziaria (55,3%). Per tutte le altre Istituzioni prese in considerazione prevale invece la quota dei non fiduciosi: solo il 47,2% ha fiducia nella scuola, il 38,8% nella Chiesa e nelle altre Istituzioni religiose; ancora più bassa la quota relativa a Sindacati (21,5%), Pubblica amministrazione (21,4%), associazioni di imprenditori (21%) e, all’ultimo posto, partiti (12,8%).

Di particolare gravità appare la crisi di fiducia dei cittadini nella scuola. Tuttavia, si registra un aumento dei consensi rispetto al tracollo del 2008: i fiduciosi sono passati dal 33% al 47,2%. Bassissima la fiducia nei partiti politici, coerentemente con quanto rilevato negli ultimi anni (in ulteriore calo dal 14,1% del 2008 al 12,8% attuale). Il confronto con i dati del 2008 evidenzia inoltre un forte aumento della fiducia nei Carabinieri (da 57,4% a 69,6%) e nella Polizia (da 50,7% a 63,3%). I sindacati ispirano maggior fiducia ai soggetti che si riconoscono nella sinistra (abbastanza 29,7% e molta 9,3%) piuttosto che a quelli che si riconoscono nella destra (abbastanza 10,6% e molta 1,4%) e nel centro-destra (abbastanza 8,1% e molta 4,1%). Molto forte il calo di fiducia che ha investito la Chiesa: dal 49,7% del 2008 al 38,8% del 2009.

 

 

Tra credito e speranza: diminuisce il caro vita, ma aumenta il ricorso ai pagamenti dilazionati

Non manca comunque l’ottimismo per il futuro

Negli ultimi mesi gli italiani sono stati bombardati da una quantità enorme di messaggi diffusi dai media su una crisi che avrebbe dovuto scuotere dalle fondamenta il nostro sistema economico, finanziario e produttivo. L’allarmismo prodotto da una lettura superficiale delle dinamiche complessive si è rivelato talvolta eccessivo. L’Italia sta attraversando la tempesta finanziaria mondiale senza subire colpi irreparabili. Il sistema tiene.

In effetti, l’Italia può contare su un sistema bancario solido, reticolare e dunque ben collegato al territorio ed un sistema produttivo fondato su quasi sei milioni di piccole e medie imprese e orientato, per larga parte, verso tipiche attività manifatturiere che inducono a guardare con una certa tranquillità al futuro. Si consideri poi la consistente patrimonializzazione delle famiglie italiane e un loro indebitamento lontano dagli standard americani. Si stanno sgonfiando alcune bolle speculative nei settori dell’approvvigionamento delle materie prime e in quello immobiliare: tutto ciò potrebbe rappresentare un vantaggio piuttosto che un danno.

Il Governo ha tenuto i nervi saldi ed è stata ragionevole la scelta di concentrare l’impiego delle risorse disponibili sulle fasce più povere e sul finanziamento della cassa integrazione.

A tutto ciò va aggiunto che la ricchezza che il Paese produce si compone, oltre che di un Pil ufficiale che supera i 1.500 miliardi, anche di un sommerso ormai giunto, secondo le nostre stime, al 35% (540 miliardi circa) di quello ufficiale. È una delle grandi contraddizioni del Paese della quale occorre, comunque, tener conto quando si analizza la realtà italiana.

Insomma, sono proprio quelli che costituiscono i nostri difetti ovvero: un sistema bancario a cavallo fra innovazione e tradizione, la contenuta dimensione delle nostre imprese, una rilevante economia sommersa a costituirsi in punti di forza e di resistenza di fronte alla crisi. Quando il sereno tornerà, troverà un campo ripulito dalle inutili e dannose sovrastrutture finanziarie e ci riconsegnerà un sistema di intermediazione più votato al finanziamento dello sviluppo che alla finanza creativa.

Così si stanno ora creando, paradossalmente, le premesse per un 2009 in cui l’Eurispes, sempre severo sulle dinamiche economiche del Paese, vede l’economia italiana in ripresa. La nostra economia ha seri problemi, ma sono problemi di carattere strutturale, che hanno un’origine diversa e lontana nel tempo. Prodotti dalla introduzione della moneta unica europea, dalla inflazione che prese il via negli anni 2003 e 2004, dalla conseguente perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni, dall’imponente trasferimento di ricchezza in favore delle fasce alte della popolazione, dal mancato adeguamento degli stessi salari al sensibile incremento del costo della vita, da una insufficiente politica degli investimenti pubblici nei settori strategici e, soprattutto, dalla incapacità della classe politica di elaborare un serio progetto di modernizzazione di un Paese, come il nostro, in perenne ritardo rispetto agli altri partners europei.

I cittadini: i migliori rilevatori dell’inflazione. L’83,4% dei cittadini sono convinti che i prezzi in Italia abbiano subìto ulteriori aumenti nel corso dell’ultimo anno. Tuttavia, rispetto al 2008 (90,3%), la percentuale di chi segnala l’aumento del carovita è diminuita di quasi sette punti percentuali. In precedenza, dopo l’“esplosione” del 2004, si è registrato un trend discendente nel numero di quanti segnalavano l’incremento dei prezzi dal 96,7% al 71,3% del 2007 (passando per l’85,6% del 2005 e l’85% del 2006). Dopo l’ulteriore impennata del 2008, quindi, l’andamento dei prezzi sembra subire una nuova flessione. In parallelo, cresce il numero di quanti non hanno rilevato alcun tipo di variazione dei prezzi (dal 7,5% del 2008 al 10,9% del 2009). Contenuta, anche se in aumento di 2 punti, la percentuale di quanti sostengono che i prezzi in Italia abbiano subìto nell’ultimo anno un decremento: il 3,3% (contro l’1,2% del 2008); si tratta comunque della diminuzione percentualmente più rilevante segnalata nel periodo 2004-2009.

A quanti hanno resitrato un aumento del costo della vita nel corso dell’ultimo anno, è stato chiesto di indicare di quale incremento, secondo la propria opinione, si sia trattato. Nel 39,3% dei casi l’aumento dei prezzi è stato tanto elevato da attestarsi tra il 3% e l’8%. Per poco più di un cittadino su quattro (27,1%) la crescita è stata leggera, identificata con una inflazione annua non superiore al 3%. In diminuzione, rispetto ai risultati del sondaggio realizzato lo scorso anno, la quota di chi asserisce che i prezzi siano accresciuti in maniera eccessiva oltre l’8%: il 26,5% contro il 29,6% del 2008.

I settori più colpiti dal caro vita. Eccetto la categoria dei computer e delle spese telefoniche dove il 50,8% dei consumatori non ha indicato un aumento dei prezzi, in tutte le altre categorie, la maggior parte degli italiani concorda sul fatto che nell’ultimo anno i prezzi siano cresciuti.

Purtroppo, i beni alimentari risultano essere i maggiori responsabili del carovita: il 93,2% dei cittadini ha infatti indicato un innalzamento dei prezzi proprio in questa categoria di spesa. Anche nel caso dei pasti fuori casi (78,9%) si ritiene ci sia stato un aumento. Il costo del carburante per le auto e la spesa per i trasporti sono cresciuti rispettivamente secondo il 76,6% e il 76,3% dei cittadini. L’abbigliamento e il settore calzaturiero hanno inciso sul carovita secondo il 71,4% degli italiani insieme alle spese per la cura della persona (68,7%), per la salute (66,5%), quelle per i viaggi e le vacanze (66,6%). Il settore immobiliare fa registrare un aumento dei prezzi soprattutto nel caso degli affitti (64,9%) e in misura inferiore (57,1%) nel mercato della compravendita immobiliare. Anche la categoria del cinema/spettacolo (54,1%) e quella dell’arredamento e dei servizi per la casa (52,4%) hanno fatto registrare aumenti per la maggior parte degli italiani.

Dilazionare per consumare. Sono aumentati gli italiani che, per acquistare beni e servizi, hanno optato per il pagamento del prezzo sotto forma di dilazione: lo scorso anno dichiarava di aver usufruito del credito al consumo il 25,7%. Una percentuale in aumento di 11 punti, che raggiunge quota 36,9%. Tra le categorie di beni acquistati con la modalità del credito al consumo, quella delle automobili (58,7%) risulta essere la più diffusa. Abbastanza frequente inoltre l’abitudine ad acquistare a rate elettrodomestici (40,3%), computer o telefonini (28,9%), arredamenti e servizi per la casa (22,1%).

È preoccupante invece il dato relativo al 19,4% dei cittadini costretti a contrarre debiti per cure mediche (visite specialistiche, interventi, protesi dentarie), in aumento di oltre 14 punti percentuali rispetto al sondaggio dello scorso anno, quando questo dato si attestava al 5,1%. Così come è indicativo che il 5,6% abbia fatto ricorso nell’ultimo anno al credito al consumo per acquistare beni alimentari.

I risultati del sondaggio confermano che il ricorso al credito al consumo non è determinato da desideri voluttuari: solo il 4,9% degli italiani risponde infatti di utilizzare i pagamenti dilazionati per l’acquisto di vestiario e di calzature ed il 6,1% per i viaggi o vacanze. Complessivamente per il 62,9% degli italiani, la scelta di acquistare beni con la modalità del credito al consumo, è stata dettata da mere esigenze finanziarie e, quindi, dalla mancanza di tutta la somma necessaria al momento dell’acquisto: il 47,6%, infatti, acquista a rate proprio per motivi di scarsa liquidità e il 15,3% perché non aveva altre soluzioni per acquistare un bene/prodotto/servizio indispensabile. Il 30,6% sostiene invece di aver utilizzato il pagamento dilazionato o per le offerte convenienti proposte dai commercianti (11,9%) o perché al momento dell’acquisto il tasso di interesse applicato al credito al consumo risultava in quel momento interessante (18,7%). Rispetto alla rilevazione precedente, quest’anno è emersa la difficoltà per gli italiani di non riuscire ad estinguere debiti pregressi. Per far fronte a tale situazione, il 2,2% è stato costretto a contrarre altri prestiti unicamente per riuscire a pagare quelli pregressi.

...Pagherò. Oltre la metà degli italiani, il 55,5%, possiede una carta di credito. In particolare il 40,7% afferma di averne una e il 14,8% sostiene di averne più di una. Il vantaggio principale della carta di credito è rappresentato, secondo quanti ne possiedono una, dal fatto che le operazioni di acquisto non vengono addebitate subito sul conto corrente, ma generalmente alla fine del mese (31%). L’e-commerce ha conosciuto negli ultimi anni una notevole espansione e fare acquisti online richiede come requisito fondamentale la carta di credito. Questo spiega la percentuale così alta di quanti (33,1%) affermano di essersi provvisti di carta di credito unicamente perché è indispensabile per gli acquisti online. Vi è poi un 12,9% che si è lasciato “sedurre” dalle offerte economicamente convenienti degli istituti di credito che, sempre più spesso, pubblicizzano carte di credito e conti bancari con spese di gestione contenute. Infine l’11,5% ha scelto di disporre della carta di credito perché il tetto di spesa mensile è superiore rispetto a quello delle altre carte bancomat.

Per il futuro? Segnali di ottimismo. In merito alle aspettative per il futuro, si scorgono segnali di ottimismo e di ripresa della propensione al risparmio complessivamente nel 35% dei casi. In particolare il 7,8% (in lieve diminuzione rispetto all’8,9% registrato nel precedente sondaggio) degli italiani è certamente convinto di riuscire a risparmiare qualcosa nel corso del prossimo anno ed il 27,2% (a fronte del 23,6% del 2008) nutre l’intenzione, pur non essendo sicuro, di riuscirci. Prevale comunque la quota dei pessimisti: se il 38,2% prevede con molta probabilità di non riuscire a risparmiare nulla nel prossimo anno, il 20,9% ne è assolutamente convinto. Quest’ultimo dato è comunque in diminuzione rispetto al sondaggio realizzato lo scorso anno quando la percentuale degli sfiduciati era pari al 26,7%.

Il 38,1% afferma che, se dovesse investire i propri risparmi, preferirebbe impiegarli per l’acquisto di unità immobiliari o di terreni. In aumento rispetto allo scorso anno la quota percentuale di quanti (22,8%) sceglierebbero come forma di investimento dei propri risparmi il deposito in un conto corrente. Aumenta dal 15% al 16,7% la percentuale degli italiani che investirebbe in titoli di Stato. Diminuita, invece, di molto la fiducia nei confronti delle azioni, dei fondi di investimento o delle obbligazioni in Borsa. Nel 2008 infatti, il 9,3% sosteneva che avrebbe investito i propri risparmi proprio nelle azioni o nelle obbligazioni. Oggi la percentuale è scesa addirittura al 2,8%.

Nonostante la crisi l’Italia non va male. Il 2008 è stato un anno di forte discontinuità sia per l’economia reale sia per i mercati finanziari. Il tasso di crescita reale delle economie occidentali è sceso sino a diventare negativo nella seconda parte dell’anno, nonostante trimestri di crescita in Europa ed Usa nella prima metà dell’anno. Il tasso di crescita mondiale è stato rivisto al ribasso. Persino in Cina il tasso di crescita è sceso, con il rischio di ulteriori riduzioni a livelli del 5%, ritenuti pericolosi dal governo cinese per la stabilità sociale.

Nel 2008, a seguito della crisi iniziata nel mercato dei sub-prime, le banche hanno sofferto perdite complessive per circa 1.000 miliardi di dollari, e ciò ha ridotto il capitale. Molti istituti sono giunti all’inizio della crisi reale con livelli di capitale insufficienti e hanno dovuto ricapitalizzare, anche per tenere conto del contesto di aumentato livello di rischio. Le banche italiane si sono rivelate da questo punto di vista più robuste di molte concorrenti estere e sono salite in termini di capitalizzazione relativa.

La disoccupazione è in aumento ovunque, infatti soltanto negli Stati Uniti sono stati persi quasi 2 milioni di posti di lavoro. La risposta delle autorità pubbliche è stata rivolta inizialmente alla politica monetaria, particolarmente nel caso degli Stati Uniti, dove la Fed ha iniziato una forte manovra di riduzione dei tassi di interesse già alla fine del 2007, nonostante un livello in inflazione superiore al 5%. Ma la politica fiscale è intervenuta in forte ritardo, quando ormai erano evidenti i segnali di rallentamento. Durante il mese di novembre, governi di vari paesi, tra cui soprattutto Stati Uniti, Cina ed Inghilterra, hanno varato manovre fiscali imponenti. L’Europa è rimasta relativamente indietro in tale sforzo, programmando una manovra di circa 200 miliardi di euro, pari complessivamente all’1,5% del prodotto.

Relativamente buona pare essere invece la situazione del sistema bancario italiano, grazie al minor coinvolgimento in attività particolarmente innovative dal punto di vista dei prodotti e soprattutto alla stabile base di raccolta, legata a rapporti di lungo periodo con i depositanti. Sistemi collaudati di controllo del rischio e un forte impatto della sorveglianza hanno consentito alle banche italiane di essere meno esposte alle fasi più negative e critiche della crisi del 2008.

Tra consumi di lusso e credito per consumare: i due volti del Paese. Saranno 16.325.000, nel 2010, le famiglie con asset finanziari superiori ad 1 milione di euro, nei paesi del G7, con una crescita del 158% rispetto al 2006, in cui si contavano 6.339.000 di famiglie ricche. Nel 2006, in Italia erano 359mila coloro che potevano vantare capitali di tale consistenza, ma si prevede che, per il 2010, saranno circa 712mila, con una crescita del 98%. Anche in considerazione di ciò, il settore del lusso sembra essere immune dalla crisi. Europa e America coprono una quota di mercato superiore al 70%: il vecchio continente detiene il 38% del fatturato del settore, solo gli Usa chiudono l’anno a crescita zero (33% come per il 2007). Nel 2008, il mercato del lusso giapponese ha subìto un calo del 7% rispetto all’anno precedente. Al contrario, Cina, Corea del Sud e Hong Kong fanno registrare tassi di crescita a due cifre (12%), sostenuti dalla solida economia che contraddistingue questa zona.

Solo per fare alcuni esempi, in Italia, il mercato dell’arte ha superato gli 1,8 miliardi di euro; mentre le nostre industrie nautiche, seconde soltanto a quelle statunitensi, presentano una quota di mercato pari al 43% del totale e hanno fatto rilevare una crescita del fatturato del 15,1% negli ultimi tre anni. I ricavi complessivi di questo settore sono passati dai 4,2 bilioni di euro del 2000 ai 10,3 bilioni di euro del 2008 con una crescita del 59,2%.


Se potessi avere...

Il mercato del lavoro tra mancanza di occupazione e precarietà

Mancanza di lavoro e precarietà: i problemi più sentiti. Dall’indagine dell’Eurispes emerge che la precarietà come effetto negativo della flessibilità è considerato dal 26,6% degli italiani tra i problemi più importanti del lavoro in Italia, percentuale superata solamente da chi ha indicato, più in generale, la mancanza di lavoro (il 35,1%).

Le generali difficoltà economiche incidono sulla scelta effettuata da chi ha indicato come problematica principale i salari bassi (13,4%), volendo sottolineare il mancato adeguamento degli stipendi al tasso reale dell’inflazione. Non manca chi indica il clientelismo (11,6%) e il fenomeno del lavoro nero (10,2%) come principali problematiche legate al mercato del lavoro.

Soprattutto i più tra i 25 e i 34 anni considerano la precarietà come il problema prioritario (33,5%), a fronte del 22,8% di chi ha tra i 34 e i 44 anni, del 26,9% di chi ha tra i 45 e i 64 anni e del 15% di chi ne ha più di 65. Queste classi di età più adulte pongono come prima problematica la mancanza di lavoro, opzione indicata, rispettivamente dal 33%, 37% e dal 51,7%. I più giovani (18-24 anni) invece ripartiscono più uniformemente le loro scelte tra chi indica l’assenza di possibilità lavorative (33,6%) e chi la precarietà (il 32,9%). Il lavoro nero è indicata come problematica fondamentale soprattutto dai 35-44enni (13,5%), le retribuzioni basse preoccupano di più i 25-34enni (18,4%), mentre la presenza del clientelismo nel lavoro è un problema più sentito dai 45-64enni (13,8%).

Flessibilità = meno lavoro? La maggioranza degli italiani (46,2%) ritiene che le misure legislative adottate nell’ultimo decennio abbiano peggiorato le possibilità occupazionali dei giovani rendendo il lavoro più incerto. Segue il 22,8% che critica l’abbassamento delle tutele conseguente all’introduzione della flessibilità, mentre il 12,4% considera quest’ultima lo strumento che ha permesso a molti cittadini di uscire dalla disoccupazione e il 6,6% ritiene che le nuove forme contrattuali abbiano favorito l’emersione dal lavoro nero.

Interrogati sulle misure che il Governo dovrebbe adottare in materia di lavoro atipico, la maggioranza dei cittadini (33,3%) considera l’assenza di tutele (sociali e sindacali), che caratterizza la maggior parte dei contratti di lavoro flessibile, l’elemento prioritario da affrontare.  Una percentuale considerevole (18%), tuttavia, afferma di non sapere in che direzione dovrebbero andare i nuovi provvedimenti legislativi, seguita dal 15% che individua nel susseguirsi di contratti a termine la prassi da proibire in modo più efficace, e dal 13,9% che ritiene necessaria l’abolizione di tutte le forme di contratto atipico e consentire solo l’assunzione di tipo subordinato. L’11% dei cittadini ritiene che dovrebbero essere abrogati i contratti introdotti con la legge 30/2003. Per il 7% invece il ricorso ai contratti atipici andrebbe favorito.

Quanti non lavorano? Nel 30,1% dei casi all’interno del proprio nucleo familiare c’è un componente che non lavora. Questa percentuale, ovviamente, non comprende i membri che non sono in età lavorativa (studenti e pensionati) e che in ogni caso non sono intenzionati a lavorare (ad esempio, le casalinghe). All’interno dei nuclei familiari, coloro che non lavorano (39,5%) si trovano in questa condizione per le difficoltà riscontrate a trovare un’occupazione corrispondente alla propria formazione, il 21,4% invece non trova alcun tipo di lavoro e il 19,9% ha perso il lavoro e non riesce a ricollocarsi. Non manca un 12,5% che non ha interesse a lavorare.

Datemi una “spintarella”. Tra quanti hanno un impiego, le principali modalità di reperimento del lavoro sono state, nel 23,9% dei casi, la candidatura spontanea; nel 23,3% il concorso o la selezione pubblica e nel 20,2% conoscenze o raccomandazioni. Una parte consistente del 9,7% che ha indicato la voce “altro”, invece, ha specificato di aver trovato l’attuale lavoro in seguito alla conclusione di uno stage o di un corso di formazione professionale. Molti poi hanno risposto ad un annuncio (8,2%) o si sono rivolti ad un centro per l’impiego (4,4%) o ad una agenzia per il lavoro (5,4%).

Lavorare soddisfatti? Interrogati sui differenti aspetti del proprio lavoro, emerge soddisfazione nella maggior parte dei casi con percentuali di poco superiori al 50% (eccetto che per la sicurezza di avere un’entrata alla fine del mese, scelta indicata positivamente dal 67,1%). Invece, gli aspetti di cui non si è soddisfatti sono soprattutto il livello retributivo (56,7%), l’adeguatezza delle tutele sindacali (49,3%), la possibilità di conciliare studio e lavoro (61,1%) e la possibilità di avere rapporti con più aziende (50%).

Una percentuale considerevole di lavoratori (circa il 35-40%) si ritiene insoddisfatta di aspetti importanti della vita lavorativa. Il 34,4% non ritiene adeguate le tutele sociali, il 42,1% ritiene di non avere sufficiente tempo libero, il 37,4% non ha la possibilità di crescere professionalmente, il 33,3% non ha un livello di autonomia nel proprio lavoro soddisfacente, il 37,7% non ha la certezza del posto di lavoro, il 35,4% non svolge un impiego corrispondente alle proprie aspirazioni e nel 39,4% dei casi l’occupazione non è attinente agli studi svolti.

La questione salariale. Il 2009 si apre, in Italia, alla luce dell’emergenza salariale: gli italiani guadagnano poco, molto meno dei loro colleghi europei, e negli ultimi anni hanno faticato molto a reggere l’aumento del costo della vita. La dinamica retributiva si è inceppata. L’occupazione è aumentata, ma a fronte di una crescita di quasi 3 milioni di unità nel decennio 1997-2007 non si è invece registrata una pari tendenza positiva nell’andamento delle retribuzioni. Al contrario, la crescita salariale si è fermata, circostanza inusuale in fasi di espansione del ciclo occupazionale.

Sotto il profilo dei salari, a livello europeo è possibile individuare due blocchi di paesi. Il primo, tra cui si trova anche l’Italia, che si caratterizza per un tasso di crescita assai contenuto: la variazione percentuale reale delle retribuzioni nette tra il 2000 e il 2006 è stata in Italia dello 0,1%. Questo gruppo comprende Spagna (0,4%), Paesi Bassi (2,7%), Svizzera (5%) e Germania (5,7%). Sull’altro estremo si collocano una serie di nazioni che hanno beneficiato di una crescita molto più consistente, come nei casi di Norvegia (23,1%), Finlandia (22,5%), Irlanda (22,2%), Islanda (21,2%) Svezia (17,5%), Danimarca (11,3%) o anche di alcuni paesi di recente ingresso nella Ue, come Ungheria (40,7%) e Repubblica Ceca (29,1%).

Allo stesso tempo l’Italia riveste una posizione di coda anche sul piano del valore assoluto degli stipendi: non solo le retribuzioni italiane non crescono, ma sono anche tra le più basse d’Europa dopo Spagna e Portogallo. Lo stipendio medio netto di un lavoratore dipendente italiano è inferiore di circa 4.800 euro rispetto alla retribuzione dei lavoratori che vivono nell’area dell’euro.

Il tasso di variazione medio annuo delle retribuzioni orarie fatte registrare nel nostro Paese (0,4) è tra i più bassi in tutti i settori e anche quando si registra una variazione positiva si tratta comunque di incrementi piuttosto modesti. La situazione italiana è migliore soltanto della Spagna (-0,2), ma è ben lontana dalla Svezia, in cui si registrano gli incrementi più consistenti in tutti i settori con una crescita complessiva del 2,9%. Per l’Italia, il settore più critico sul piano degli incrementi retributivi è quello agricolo dove la riduzione retributiva in termini reali è dell’1,4%, mentre il dato più positivo riguarda il settore pubblico, che registra un aumento dello 0,8%.

La produttività, nel periodo 1995-2006, ha registrato una variazione piuttosto contenuta. Infatti, a fronte di una crescita media europea del 18%, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta complessivamente del 4,7%, valore di poco superiore soltanto a quello registrato dalla Spagna (4,3%). Nella maggior parte dei paesi esiste una stretta relazione tra evoluzione delle retribuzioni e andamento della produttività: generalmente a una bassa dinamica della produttività coincide una bassa variazione delle retribuzioni (come avviene in Italia e Spagna). Al contrario, nei paesi nordeuropei (Svezia, Danimarca, Francia e Regno Unito) si assiste a un incremento consistente sia sul fronte della produttività che sul livello delle retribuzioni.

Mentre gli stipendi non crescono o aumentano lentamente, le spese e i consumi al contrario subiscono aumenti provocando situazioni di difficoltà e di disagio economico. Si tratta di un processo, è bene dirlo, che non dipende dalla recente crisi finanziaria importata dagli Usa, ma di una tendenza in corso ormai da anni.

La forbice delle retribuzioni: ai top manager compensi 243 volte maggiori delle retribuzioni medie. La distanza tra le retribuzioni percepite da alti e medi dirigenti e gli stipendi di impiegati e operai è molto aumentata. Tra il 1995 e il 2005 in 18 paesi su 20, gli stipendi del 10% dei lavoratori più pagati è cresciuto molto di più di quello del 10% dei lavoratori che percepiscono i redditi più bassi (Ocse, 2008). Gli stipendi di operai, impiegati, quadri e dirigenti hanno registrato una crescita lineare ma a ritmi e in rapporto ai valori dell’inflazione decisamente differenti. Mentre i dirigenti quasi sempre beneficiano di un incremento al di sopra del 20%, la variazione degli stipendi degli impiegati non riesce a superare il 10%. Prendendo in considerazione le retribuzioni medie annue, emerge che un dirigente in genere percepisce uno stipendio che è quasi quattro volte superiore a quello degli impiegati che operano nello stesso comparto (Adecco Salary Guide 2006).

La forbice tra retribuzioni dei top manager e stipendi dei lavoratori dipendenti è enorme. Secondo i dati Ocse, d’altronde, la media dei compensi totali percepiti nel 2007 dagli amministratori delegati di grandi gruppi italiani è pari a 243 volte lo stipendio medio. Un aspetto certamente non trascurabile riguarda il peso assunto dalla parte variabile dello stipendio dei top manager, che supera spesso il 60% del totale. Questo fenomeno rende le retribuzioni dei top manager spesso poco trasparenti.

 

Le reti infrastrutturali in Italia

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”

L’ampliamento dell’offerta di reti infrastrutturali è oggi uno dei primi punti su cui costruire programmi di sviluppo economico e sociale. Parte dell’indagine dell’Eurispes di quest’anno si è concentrata sulla qualità delle infrastrutture e sull’opinione che hanno i cittadini a riguardo. In particolare, il 40,8%, infatti, ha espresso un voto tra il 5 (21,4%) e il 6 (19,4%) per quel che riguarda l’efficienza delle reti di trasporto in generale e lo stato delle opere pubbliche presenti sul territorio nazionale. Tuttavia, sono molti ancora coloro che reputano l’offerta infrastrutturale piuttosto scarsa: ben il 45,6% ha perciò indicato un valore non superiore al 4 (19,2%). Parallelamente, solo il 10% considera le reti stradali e dei trasporti perfettamente adeguate alle esigenze proprie e del Paese (voti tra il 7 e il 9).

Sono le regioni del Centro e del Sud ad avvertire maggiormente il problema della scarsa efficienza e qualità della rete infrastrutturale della Penisola con giudizi che non hanno superato il livello del 4, rispettivamente nel 57,4% e nel 50,2% dei casi.

“Grandi opere”: un valore aggiunto. Per il 27,6% dei cittadini italiani, il potenziamento delle infrastrutture e le grandi opere è utile al miglioramento della qualità della vita quotidiana. Particolarmente diffusa appare, poi, la convinzione che la realizzazione di opere infrastrutturali sia un fattore determinante per lo sviluppo del Paese, in quanto grazie ad esse vengono creati nuovi posti di lavoro (24,1%) e il livello di competitività internazionale tende ad aumentare (21,1%). Inoltre, tali strutture sono anche intese come un modo efficace per rilanciare l’economia interna (14,2%).

La realizzazione di opere pubbliche è considerata, quindi, in un’ottica positiva, permane, tuttavia, una percentuale di italiani che non condivide la stessa opinione. Alcuni ritengono infatti che la realizzazione di infrastrutture può avere impatti ambientali rilevanti (5,3%) e provocare sprechi di denaro pubblico (4,9%) che non apportano nessun beneficio tangibile al Paese (0,7%).

Quali settori d’intervento? Il 31,4% dei cittadini ritiene necessario che il Governo si adoperi per migliorare la condizione delle reti di trasporto al fine migliorare la viabilità e i collegamenti (15,1%) e, di conseguenza, provvedere all’adeguamento delle reti stradali e autostradali (8,3%) e ferroviarie (8%).

A richiedere un impiego di risorse urgente, secondo il parere del 20,4%, è soprattutto il settore della sanità, nel quale sarebbe auspicabile la realizzazione di nuove strutture ospedaliere e quello scolastico (19%) in cui è richiesta la ristrutturazione di molti degli edifici presenti sul territorio nazionale. Tali esigenze trovano ulteriore conferma nel 7,3% di coloro che sostengono che lo Stato dovrebbe provvedere ad aumentare gli interventi nell’ambito dell’edilizia pubblica in generale. Considerando che l’età media della popolazione italiana è in aumento, il 4,9% valuta positivamente l’eventuale realizzazione di strutture che accolgano gli anziani, offrendo loro un ambiente adeguato alle loro necessità. Seguono quanti avvertono come urgente la realizzazione di nuovi istituti penitenziari (3,5%), di reti idriche (3,4%), parcheggi (2,9%), metropolitane (2,8%), di nuovi porti (1,5%) e aeroporti (1,4%).

 

La Giustizia sotto processo: l’opinione degli italiani

L’Eurispes ha indagato il punto di vista degli italiani in merito alle principali cause che ostacolano il funzionamento della macchina giudiziaria, riguardo alla punizione di alcuni reati particolarmente gravi, nei confronti dei quali sarebbe necessario, secondo l’opinione pubblica, un inasprimento delle pene e, non per ultimo, si è indagato sul grado di condivisione della nuova riforma della giustizia promossa dal Guardasigilli Alfano. Il 62,3% degli italiani ritiene che il problema principale della giustizia italiana sia rappresentato dalla durata irragionevole dei processi. Più bassa è, invece, la percentuale di coloro i quali sono convinti che la principale causa del malfunzionamento della macchina giudiziaria sia attribuibile all’inadeguatezza dell’ordinamento giuridico (20,4%) o alla mancanza di imparzialità dei magistrati (10,8%). Pochissimi giudicano positivo l’operato di questa Istituzione (1,6%).

Quali pene inasprire. La maggioranza degli italiani ritiene che debba essere oggetto di revisione principalmente l’apparato sanzionatorio dell’omicidio (20,4%). Significativa è la percentuale di quanti ritengono opportuno un inasprimento delle pene per i reati di violenza sessuale (18,5%), di guida in stato di ebbrezza (14,8%) e per quelli di natura finanziaria/economica (13,7%). Più bassa la percentuale di italiani che considera l’immigrazione clandestina e le truffe reati che meriterebbero condanne più dure (rispettivamente 5% e 4,5%), così pure per il consumo di stupefacenti (3,7%), la rapina (2,6%), il furto (2,5%) e la prostituzione (2%). Il 7,9% dei cittadini, infine, crede che l’inasprimento delle pene dovrebbe riguardare indistintamente tutti i reati sopra elencati.

No all’immunità per le alte cariche dello Stato. Ben l’86,3% dei cittadini si dice contrario a tale provvedimento, a fronte del 9,4% (abbastanza, 6,7% e molto 2,7%) di coloro i quali sono, invece, favorevoli. La disapprovazione nei confronti di tale provvedimento è un sentimento che accomuna indistintamente tutte le aree politiche rappresentate, seppur a livelli differenti: sono, infatti, contrari gli elettori di centro-sinistra (90,7%, di cui per nulla favorevoli 79,6% e poco 11,1%), di centro (84,4%, di cui per nulla 61,5% e poco 22,9%), di destra (79,7%, di cui per nulla 41,9% e poco 37,8%) e di centro-destra (76,9%, di cui per nulla 51,9% e poco 25%).

La spesa del Ministero della Giustizia. Conta 7.515 milioni di euro la spesa complessiva del Dicastero nel 2007. La retribuzione del lavoro dipendente rappresenta la maggiore voce di spesa corrente (circa 5,1 miliardi di euro nel 2007), pari a circa il 72% del totale. Le voci principali sono: perizie e servizi investigativi, pari a circa il 26% dei costi di gestione totali; servizi ausiliari (sorveglianza e custodia, pulizia e lavanderia, stampa e rilegatura, trasporti, etc.) pari a circa il 13% dei costi di gestione totali; beni di consumo (carta, cancelleria, stampati, giornali e riviste), pari a circa il 13% dei costi totali. Complessivamente le tre voci elencate costituiscono il 52% dei costi di gestione totali.

I costi per intercettazioni e noleggio apparati. Tra il 2003 ed il 2005, si è registrata, per questa voce di spesa, una crescita delle spese del 21% (da 237 milioni di euro del 2003 ai 287 del 2005). Le spese registrate per il 2003 ed il 2004 convalidano le stime di spesa retrospettive effettuate dall’Eurispes nell’agosto 2005, rispettivamente pari a circa 256 milioni di euro per il 2003 e circa 260 milioni di euro per il 2004. Negli anni 2006 e 2007 si è registrata una diminuzione delle spese da 229 a 224 milioni di euro. Rispetto al massimo registrato nel 2005, è possibile, però, che queste cifre debbano essere incrementate al termine della revisione delle spese recentemente avviata.

I danni dell’ingiustizia: 3 punti di Pil. Al 31 dicembre 2007, l’Italia è al 7° posto per condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo con 2.900 processi pendenti (pari al 4% di quelli proposti dinanzi alla stessa Corte), per la durata eccessiva dei processi e gli espropri per pubblica utilità.

Negli ultimi cinque anni, è stato esponenziale l’incremento (800%) dei costi sostenuti dall’Erario (pari a 41,5 milioni di euro nel quinquennio 2002/2007, di cui 17,9 milioni nel solo 2006) per indennizzare i cittadini che hanno subìto cause senza fine, con una quanto mai realistica previsione di “esplosione” di tale spesa che potrà raggiungere i 500 milioni di euro.

Inoltre, la spesa per la giustizia nel nostro Paese, pur essendo in linea con lo standard europeo, non riesce ad attestarsi sugli stessi livelli di efficienza dei partners europei cui siamo soliti confrontarci: Svezia, Germania e Olanda, ad esempio, svolgono processi civili in meno di metà del tempo necessario in Italia, pur disponendo di risorse pubbliche assai prossime a quelle italiane (46 euro): 44 euro per abitante in Svezia, 53 euro in Germania, 41 in Olanda.

«Nessuno – spiega il Presidente dell'Eurispes – ha mai riflettuto o realizzato ricerche sul danno economico, sociale, psicologico dell’ingiustizia, forse perchè è estremamente difficile da calcolare. Tuttavia, si può ritenere che sia enorme se si considera il costo della macchina giudiziaria costretta a girare a vuoto, le spese legali, le giornate di lavoro perse, le consulenze e le perizie, lo stress e i traumi degli imputati (almeno di quelli che vengono assolti), e chi più ne ha, più ne metta. Con approssimazione per difetto, applicando la tecnica dell’analisi del “lucro cessante e del danno emergente” si può ragionevolmente parlare di almeno tre punti di Pil, solo per la giustizia penale».

Un esempio di “virtuosismo” in tema di giustizia civile (nel caos italiano): il caso torinese. Il tribunale di Torino ha ottenuto negli ultimi anni risultati così significativi da meritare una specifica menzione della Commissione Europea. Su iniziativa del suo Presidente, sin dal 2001 il tribunale ha messo a punto un “decalogo”, una serie di norme virtuose di comportamento rivolte a giudici e cancellieri per ridurre i tempi dei processi. Nonostante non sia immune dalle carenze di organico e mezzi che affliggono tutti i tribunali della Penisola, quello di Torino ha messo a segno una performance di grande rilievo: considerando solo il contenzioso ordinario, si è giunti a una riduzione del 33% del carico pendente in cinque anni (2001-2006). È ipotizzabile che i significativi miglioramenti ottenuti a Torino si possano replicare anche in altre sedi. Quali sarebbero i risultati concreti dell’estensione di questo programma a tutti i tribunali di Italia? Ipotizzando che si possano ottenere miglioramenti di efficienza analoghi, pur partendo da condizioni di produttività così diverse, se tutti i tribunali italiani avessero ottenuto la stessa performance di Torino, il numero di giorni medio per ottenere un giudizio di primo grado per le cause di contenzioso civile sarebbe sceso da 1.007 giorni nel 2001 a 769 giorni nel 2005.

 

Il senso di (in)sicurezza degli italiani

Per una migliore e puntuale analisi, anche quest’anno Eurispes ha dedicato una intera sezione della rilevazione al tema della sicurezza, con lo scopo di valutare, in modo più completo, gli umori e le sensazioni dei cittadini. Seppure in calo rispetto al 2008 (38,3%), il 24,2% dei cittadini teme il furto nella propria abitazione. Sostanziale, inoltre, la percentuale di quanti dichiarano di avere paura di un’aggressione fisica (17,1%) rispetto all’anno precedente (+9%). Segue chi teme la truffa (14,6% vs 9% del 2008) e chi teme il furto dell’automobile o del motorino (10,6% vs 11,4% del 2006). Sfiorano percentuali al di sotto del 10%, la paura dello scippo o del borseggio (9,6% vs 13,2% del 2008), la paura della violenza sessuale (8,4% vs 6,1% del 2008) e la paura della rapina (8,1% vs 7,4% del 2008).

Proprio per rispondere a risonanze mediatiche spesso non realistiche, si è voluto indagare quale tipologia di reati è stata “realmente” subita dai cittadini nell’ultimo anno. A conferma di ciò, ovvero del fatto che spesso l’informazione veicola notizie non del tutto rispondenti a realtà, la maggior parte dei cittadini (una media nazionale dell’80%), afferma di non aver subìto nessuno di questi reati. D’altra parte, l’elevato timore nei confronti del furto nella propria abitazione è confermato da un italiano su dieci (10,9%) che dichiara di esserne stato vittima. Seguono le truffe e/o i raggiri (denunciati dal 9,3% dei cittadini) e le minacce (9,1%). Meno frequenti i casi di scippo (7,3%), le truffe su Internet (7,3%) e il furto dell’automobile (7,1%); ancora meno, le aggressioni fisiche subite (4,9%) e le truffe e i raggiri nel campo del lavoro, o meglio, nella ricerca dello stesso (4,7%). L’1,7%, infine, confessa di essere stato vittima, nell’ultimo anno, di violenza sessuale.

Criminali: italiani o stranieri? Oltre la metà dei cittadini (57,6%) afferma che autori dei crimini siano italiani e stranieri in egual misura. Solo un italiano su quattro circa (25,4%) “punta il dito” contro lo straniero, mentre rappresentano il gruppo meno numeroso (11%) coloro che sono convinti che a compiere reati nel nostro Paese siano, soprattutto, nostri connazionali. Quando, però, si entra nello specifico e si domanda se alcune nazionalità commettano crimini in misura maggiore rispetto ad altre, la risposta è positiva nel 66,4% dei casi. I dati quindi confermano una tendenza alla “tipizzazione”: il criminale, cioè, è colui che compie atti criminosi perché è in possesso di determinate caratteristiche.

Rumeni (40,7%) e albanesi (33,3%) rappresentano gli stranieri più “temuti” dalla cittadinanza. Seguono marocchini (10,5%), cinesi (4,4%) e tunisini (3,5%) mentre le altre nazionalità sembrano non destare particolare preoccupazione nei cittadini.

Assenza di giustizia. In media un italiano su cinque (21,3%) correla l’insorgere e il perpetuarsi di fenomeni “criminali” al mancato funzionamento della macchina della giustizia in Italia: più precisamente, all’applicazione di pene non adeguate alla gravità del crimine commesso e all’abitudine diffusa nel nostro Paese alle scarcerazioni facili. Segue come possibile causa del fenomeno la mancanza di una cultura della legalità, che raccoglie il 15,3% dei consensi.

Il potere delle organizzazioni criminali è indicato come causa, invece, dal 14,7% dei cittadini, mentre a collegare il diffondersi della criminalità alla mancata integrazione sociale di coloro che divengono autori di reati è il 14,6% degli interpellati. Quasi un cittadino su dieci (9,3%) attribuisce parte di responsabilità allo Stato, mentre motivazioni strettamente legate alla sfera economica – nello specifico, la difficile situazione vissuta e/o la mancanza di lavoro – raccolgono, rispettivamente, l’8% e il 6,1% dei consensi. Solo il 3,7% ritiene che a scatenare i fenomeni di criminalità siano, soprattutto, le scarse risorse a disposizione delle Forze dell’ordine.

Un Paese affetto da criminalità può guarire? Il 37% dei cittadini indica nella certezza della pena lo strumento ideale per far fronte al diffondersi della criminalità. Seguono, come possibili soluzioni al fenomeno, l’inasprimento delle pene (19,4%) e la promozione di una cultura della legalità (13,8%), strumenti strettamente legati alla sfera della giustizia. Incrementare l’occupazione (7,3%) e rafforzare il dispiegamento delle Forze dell’ordine nel nostro Paese (7,2%) sono soluzioni indicate da una percentuale significativamente inferiore dei cittadini. Segue la limitazione dell’accesso agli immigrati (6,5%) e l’offerta di sostegno a chi si trova in difficoltà (4,6%).

 

L’autunno caldo della scuola

Luci e ombre della Riforma Gelmini secondo gli italiani. La riforma presentata nel 2008, al pari delle altre politiche scolastiche messe in atto nel corso degli anni passati, ha cercato di sanare il deficit finanziario e formativo che pone l’Italia in coda alle classifiche europee e mondiali stilate dall’Ocse. Essa ha provocato la reazione dei diretti interessati, ossia giovani studenti e docenti di ogni ordine e grado.

Secondo l’indagine condotta dall’Eurispes, il 58,1% dei cittadini condivide il provvedimento secondo il quale il giudizio sull’andamento scolastico debba essere espresso in decimi. Numerosi sono stati i riscontri positivi ottenuti dalla reintroduzione del voto in condotta, che diventerà determinante ai fini della promozione all’anno successivo per tutti gli alunni della scuola secondaria di primo e secondo grado (62,5%).

Che i giovani abbiano bisogno di essere educati alla disciplina e al rispetto delle regole è confermato ulteriormente dall’alta percentuale di italiani che considera utile lo studio dell’educazione civica (78,5%). Un altro aspetto, che ha avuto un riscontro positivo, riguarda l’obbligo di adottare libri di testo il cui contenuto rimane invariato per l’intero arco del ciclo scolastico (67%). Stando alle statistiche elaborate sull’argomento, infatti, uno dei costi maggiori che le famiglie sopportano annualmente, per garantire il diritto allo studio dei propri figli, è quello relativo ai testi scolastici.

Minori favori hanno riscosso altri aspetti contenuti nella riforma, come, ad esempio, il ritorno del maestro unico e, soprattutto, la fine del tempo prolungato nella scuola primaria. In entrambi i casi, le risposte date sono state per la maggior parte negative (rispettivamente 64% e 68,1%). Infine, l’introduzione delle cosiddette “classi ponte”, istituite per colmare le lacune linguistiche dei bambini stranieri, non è stata accolta positivamente dal 62,2% degli italiani.

No all’Università come Fondazione soprattutto tra i giovani. I cambiamenti previsti dalla “legge Gelmini” hanno interessato anche il mondo dell’Università. Tra questi, particolare attenzione è stata rivolta all’opportunità offerta agli atenei di trasformarsi in Fondazioni, nel rispetto delle leggi vigenti, e sull’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria. Il 42,2% degli italiani non condivide questo aspetto e il 22,3% lo condivide poco. Per contro, il 13,8% ritiene che si tratti di una novità interessante che potrebbe migliorare il livello d’istruzione offerto.

Particolarmente elevata appare, inoltre, la percentuale di coloro che non hanno saputo dare una risposta alla domanda, probabilmente perché non a conoscenza dei dettagli indicati nel testo legislativo (22%).

Scioperati? No, manifestanti. I mesi di ottobre e novembre 2008 sono stati caratterizzati da numerose manifestazioni di protesta, che hanno coinvolto molti rappresentanti del mondo studentesco e del corpo insegnante. Gli scioperi e i cortei hanno rappresentato la risposta dei diretti interessati alle direttive che costituiscono il testo delle leggi 133 e 137. Esse hanno diviso il mondo politico e l’opinione pubblica tra coloro che sostenevano le ragioni della protesta e chi, invece, riteneva si trattasse di manifestazioni prive di significato.

Il 63,4% degli italiani condivide le proteste di studenti e insegnanti sia perché esse rappresentano uno dei modi in cui si esplicita la partecipazione alla vita democratica del Paese (34,1%) sia perché convinti del fatto che la “riforma Gelmini” danneggi le Università e la scuola (29,3%).

Al contrario, il 13,7% ha dichiarato di non condividere la protesta perché essa rappresenta unicamente un pretesto per sottrarre tempo alle regolari attività di studio. A questa percentuale va aggiunta quella di coloro che sono contrari a questo tipo di manifestazioni poiché ritengono che la legge possa essere funzionale a risolvere alcune questioni importanti del mondo dell’istruzione (12,4%).

 

 

Old e new media: l’opinione degli italiani

L’Eurispes ha tracciato l’identikit del popolo di Facebook, raccogliendo l’opinione su questo innovativo canale di comunicazione virtuale. Non solo. Si è anche cercato di individuare attraverso quali mezzi di comunicazione gli italiani si tengono informati e qual è il loro giudizio sul mondo dei media.

Facebook: social, quindi sono. Oggi Facebook rappresenta uno dei veicoli di aggregazione più potenti della Rete, un contenitore di creatività ad alta capacità di interazione.

Nonostante il 38,1% degli italiani dichiari di non essere iscritto a Facebook, è significativa la percentuale di quanti utilizzano questa forma di comunicazione (30,7%). Quindi tre italiani su dieci contribuiscono con la loro presenza virtuale ad alimentare quello che da più parti è stato definito il “fenomeno del millennio”. C’è, poi, un 31,2% che non conosce il significato di questo termine e rimane, probabilmente, legato a mezzi di comunicazione e relazione di tipo tradizionale.

Sono soprattutto i giovani tra i 25 e i 34 anni e quelli tra i 18 e i 24 anni (rispettivamente il 53,7% e il 52,7%) a sperimentare questo nuovo strumento di comunicazione, che, permettendo la condivisione di interessi, esperienze e desideri, consente loro di coltivare vecchie e nuove amicizie. Tra i non iscritti a questo social network prevalgono, invece, i 45-64enni (44,6%), mentre non hanno mai sentito parlare di Facebook soprattutto gli ultra65enni (65%).

Il numero più consistente di iscritti a Facebook si rintraccia tra coloro che risiedono nelle Regioni centrali della nostra Penisola (39,3%). Al contrario, tra i non iscritti spiccano gli abitanti del Nord-Est (49,5%). Infine, non sono informati sul “fenomeno Facebook”, in prevalenza, gli italiani delle Isole (48,7%).

Ben il 63,1% degli italiani ritiene che esso sia utile in quanto permette di ritrovare vecchi amici. Probabilmente, proprio perché svolge questa importante funzione, Facebook non viene ritenuto una perdita di tempo (45,8%). Esso, invece, non viene ritenuto un mezzo utile per fare nuove conoscenze (51,9%), per essere informati su eventi di proprio interesse (54,7%) e per passare il tempo (55,3%).

Il 47,9% degli italiani crede che esso metta a rischio la privacy. In particolare, si parla di social risks, poiché, nel preciso momento in cui si mette in Rete un’informazione personale, se ne perde il controllo, con il rischio che dati delicati finiscano per entrare in possesso di sconosciuti.

I giovanissimi (18-24 anni) sono coloro i quali credono, in misura maggiore rispetto agli altri, che Facebook sia uno strumento utile per ritrovare vecchi conoscenti (72,1%) e passare il tempo (49,6%). Al contrario, sono i meno propensi a credere che esso consenta di stringere nuove amicizie (56,6%). Gli italiani che hanno un’età compresa tra i 25 e i 34 anni sono i più convinti che Facebook non abbia la funzione di informare su eventi di proprio interesse (58,4%) e che rappresenti, pertanto, una perdita di tempo (53,1%), al contrario dei 18-24enni (51,2%), 45-64enni (48,3%), 35-44enni (47,4%) e ultra 65enni (42,9%). Più affascinati dalle potenzialità dello strumento che preoccupati per i possibili rischi ad esso associati, i giovani con età compresa tra i 18 e 24 anni (51,9%) sono quelli più inclini a considerarlo non dannoso per la privacy, seguiti dai 35-44enni (44,7%). Di parere opposto sono, infine, gli ultra 65enni (54%), i 25-34enni (53,5%) e i 45-64enni (42,8%).

Informazione? Vince ancora il piccolo schermo. Ben il 43,4% degli italiani utilizza prevalentemente la Tv per tenersi informato. Nel nostro Paese il piccolo schermo si conferma, quindi, il mezzo di informazione prediletto, la finestra dalla quale osservare un mondo in continua evoluzione. Più bassa è, invece, la percentuale di quanti vengono a conoscenza dei principali avvenimenti che accadono in Italia attraverso i quotidiani cartacei (26,7%) o quelli on line (19,1%). Poco significativa è, infine, la tendenza a tenersi aggiornati tramite la radio (7,9%) o la free press (2,4%).

La televisione? Superficiale e diseducativa. Gli italiani non sembrano essere soddisfatti dell’offerta televisiva, ritenendola, nella maggioranza dei casi, superficiale (49,5%), diseducativa (22,5%) e volgare (9,3%). Pochissimi infatti giudicano la programmazione televisiva pubblica in linea con i propri interessi (7,1%), utile ad accrescere le proprie conoscenze (3,9%) o divertente (3,8%).

“Amo la radio...”. Gli ascoltatori, fanno uso della radio prevalentemente per ascoltare successi musicali, passati e recenti (38,4%). La radio rappresenta, poi, un ottimo strumento per stare in compagnia (22,7%) e un’efficace fonte di informazione giornalistica (16,2%). Alcuni, invece, utilizzano questo mezzo per abitudine (8,6%) o per seguire il programma preferito (6,2%).

Free press: la nuova informazione è gratuita. Il 33,4% degli italiani ritiene che la free press è un mezzo d’informazione che consente di apprendere le notizie con rapidità. Tuttavia, un’informazione sui principali avvenimenti nazionali priva di approfondimenti e commenti si traduce spesso in un’informazione superficiale (22,3%) e futile (15,8%), che, probabilmente, impedisce al pubblico di esprimere al meglio il proprio spirito critico. D’altra parte, molti ritengono che la stampa gratuita sia scritta in modo semplice e immediato (13,7%) o che addirittura questa abbia sostituito l’informazione veicolata dai classici quotidiani nazionali (6,8%).

 

 

Nucleare? Di nuovo… No, grazie

Una tendenza che già nel Rapporto Italia 2008, l’Eurispes aveva messo in luce, attraverso le pagine del sondaggio dedicate alla sensibilità e al grado di conoscenza dei cittadini rispetto ai grandi temi relativi alla tutela della salute del pianeta. Quella tracciata dai dati è stata una preoccupante condizione di disinformazione. Infatti, coloro i quali si considerano informati sulle emergenze che riguardano l’ambiente raggiungono una percentuale complessiva pari a solo il 54,5% (“abbastanza” 43,1% e “molto” 11,4%). Al contrario, la percentuale di quanti non si sentono adeguatamente informati si attesta al 43,7% (poco 36,9% e per niente 6,8%).

In questo Rapporto, anche in considerazione del dibattito che si è aperto negli ultimi mesi a seguito dell’orientamento governativo, si è voluta verificare la propensione degli italiani verso il possibile ricorso al nucleare come fonte energetica.

Con uno scarto di 7,4 punti percentuali rispetto ai favorevoli, gli italiani bocciano il ricorso al nucleare come fonte di energia. Sebbene con motivazioni differenti, affermano di essere contrari alla attivazione di centrali sul nostro territorio il 45,7% dei cittadini, a fronte del 38,3% dei favorevoli. In particolare, le motivazioni di quanti si oppongono al nucleare sono il non ritenere questa una soluzione rapida per risolvere i problemi connessi all’energia (18,4%) e il timore dei rischi che una tale scelta comporterebbe (27,3%).

Tra i favorevoli, invece, gli orientamenti si dividono tra quanti ritengono che il nucleare è una buona soluzione per porre rimedio alla crisi energetica (30,1%) e tra una parte minoritaria di coloro che pongono come unica condizione la locazione delle centrali in luoghi distanti dalla zona in cui abitano (8,2%). Non mancano infine alcuni cittadini che dichiarano di essere indifferenti nei confronti della questione (4,2%).

Il 71,5% dei cittadini che si dichiarano di sinistra sono contari al nucleare a causa dei rischi che comporta (47,3%) e perchè credono che esso non risolva rapidamente i problemi (24,2%). Seguono gli appartenenti al centro sinistra, contrari complessivamente nel 55,6% dei casi e che segnalano con percentuali elevate i rischi (32,6%) e la non immediatezza dei risultati (23%). Il campione si spacca per quanto riguarda gli elettori di centro che si dicono favorevoli nel 41,6% dei casi e in egual misura contrari (41,7%). Nel centro destra (65,9%) e a destra (55,4%) sono più numerosi i favorevoli, che ritengono il nucleare una buona soluzione per risolvere la crisi energetica (rispettivamente 51% e 50%) o che pongono come unica condizione che le centrali siano installate lontano dai loro luoghi di residenza (rispettivamente il 14,9% e il 5,4%).

L’istallazione di centrali nucleari sul territorio vede soprattutto contrari i residenti nell’area del Nord-Ovest (49,5%), nel Meridione (47,9%), nelle regioni centrali (47,2%) e nel Nord-Est (45,7%). Si distacca in maniera netta la percentuale di contrari rilevata nelle Isole (33,1%). Pertanto, tra coloro i quali si dichiarano favorevoli al nucleare, si distingue in maniera decisa il dato riferito alle Isole dove si registra la più alta percentuale, il 50%, fra quelle riferite alle altre aree geografiche. Segue il Nord-Est con il 42,5%, le regioni centrali con il 40,2%, il Sud con il 33,5% e infine il Nord-Ovest con il 31,7%.

Si schierano contro il ricorso al nucleare come fonte di energia soprattutto i giovani dai 25 ai 34 anni (50,3%), così come coloro che hanno un’età compresa tra i 35 e i 44 anni (49,8%). Il 45,2% dei giovani dai 18 ai 24 anni e il 44,6% dei 45-64enni fanno comunque registrare percentuali elevate tra i contrari. Quest’ultima fascia d’età, d’altro canto, è quella che è maggiormente rappresentata tra coloro che invece si dichiarano a favore del nucleare (41,7%).

Le emergenze ambientali. Sono state, inoltre, indagate altre problematiche inerenti i temi delle emergenze e della salvaguardia dell’ambiente come il riscaldamento globale, la gestione dei rifiuti e la raccolta differenziata, la questione energetica, ma anche il grado con cui i cittadini sono disposti ad apportare un contributo positivo per migliorare la qualità dell’ambiente. La gestione dei rifiuti, secondo il 30,8% degli italiani, rappresenta attualmente l’emergenza ambientale sulla quale occorre maggiormente intervenire. Anche l’effetto serra e il riscaldamento del pianeta sembrano preoccupare molto i cittadini (24,8%), insieme all’inquinamento atmosferico (19,9%) e alla questione energetica (16,4%). Il dissesto idrogeologico viene invece considerato una problematica del tutto marginale (5,3%). Irrisoria, infine, la percentuale di quanti ritengono che non sussistano problemi ambientali gravi (0,9%).

La raccolta differenziata. La diffusione e il ricorso alla raccolta differenziata dei rifiuti presso le famiglie italiane fanno registrare dati confortanti. Infatti, nonostante permanga un numero abbastanza consistente di quanti non hanno ancora questa abitudine (19,9%), il 78,3% dei cittadini provvede quotidianamente e con diligenza a dividere per tipologia i rifiuti prodotti all’interno delle mura domestiche.

 

 

Gli omosessuali: figli di un Dio minore?

Figli di un Dio minore? A sette anni dall’ultima indagine svolta su questa tematica, l’Eurispes ha voluto sondare le opinioni e gli atteggiamenti degli italiani nei confronti dell’omosessualità.

La maggioranza (52,5%) afferma di considerare l’omosessualità una forma di amore come l’eterosessualità; un terzo (33,3%) dichiara invece di poterla tollerare solo se non ostentata, mentre quasi un italiano su dieci (9,3%) la definisce immorale. Confrontando i risultati con quelli ottenuti nell’indagine svolta nel 2003, è leggermente aumentata la quota di chi equipara l’amore omosessuale a quello eterosessuale (dal 49,2% al 52,5%), mentre sono rimaste sostanzialmente stabili le quote di chi sopporta l’omosessualità, ma solo se non espressa (32,8% nel 2003) e di chi la ritiene immorale (10,3% nel 2003).

Unioni civili: non più tabù. Il 58,9% degli italiani si dice favorevole ad una forma di riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali. Il 40,4% ritiene che le coppie omosessuali abbiano diritto di sposarsi con rito civile, il 18,5% è invece contrario al matrimonio, ma favorevole alle unioni civili. Oltre un terzo dei cittadini (35,9%) è invece contrario a qualunque tipo di riconoscimento. Nell’indagine svolta sul tema nel 2003 veniva chiesta la posizione dei cittadini in merito al matrimonio civile per le coppie omosessuali. Il 51,6% si diceva d’accordo, il 41,7% contrario. L’opportunità di prevedere anche l’unione civile, piuttosto che il vero e proprio matrimonio, ha probabilmente spinto alcuni ad accettare una forma di riconoscimento per le coppie gay, determinando un abbassamento della quota dei contrari in assoluto.

Ancora più deciso il no all’adozione. Per quanto riguarda la possibilità per una coppia omosessuale di adottare un bambino, solo una minoranza si dice favorevole: 19%, meno di un italiano su cinque; a fronte del 69,1% dei contrari. La quota dei favorevoli si è inoltre ridotta di otto punti percentuali rispetto al 2003 (27%), questo indica un ritorno di parte dell’opinione pubblica su posizioni più conservatrici.

 

 

Una via d’uscita: il Modello Sociale Europeo

È cominciata con la ricerca di una risposta a queste domande fondamentali quella che potremmo chiamare l’avventura scientifica dell’Eurispes nel tentativo di individuare soluzioni positive e percorribili anche dal sistema italiano, in un’epoca segnata dai profondi cambiamenti imposti dalle sfide dell’economia globale.

Il Modello Sociale è un vero modello di sviluppo che lega in una visione organica le questioni economiche con quelle sociali ed ambientali. Che assume come riferimento fondamentale l’economia sociale di mercato, incentra la sua attenzione sui problemi della crescita e sulle condizioni reali per la sua continuità e qualificazione. Il Modello Sociale Europeo offre una via di uscita alternativa, una risposta alla crisi attuale e alle grandi difficoltà create dal “fondamentalismo del mercato”, e a quelle ipotesi che vorrebbero cogliere l’occasione della crisi per riproporre le antiche e superate soluzioni di un egualitarismo e di un appiattimento sociale al ribasso.

Esso prefigura la necessità di recuperare al più presto una situazione di maggiore equilibrio tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, tra produzione della ricchezza e distribuzione della stessa, tra esclusione ed inclusione, agendo non più soltanto sul fronte del potenziamento delle politiche sociali, ma su quello più pertinente della politica vera e propria. La politica con la P maiuscola, una politica che svolga un vero ruolo di guida dei processi di sviluppo.

La riscoperta dell’economia sociale di mercato ci indica chiaramente che le dinamiche sociali e quelle economiche sono strettamente interdipendenti, e che le difficoltà dell’una si riflettono sull’altra.

Si pensa ad uno Stato in grado di elaborare coerenti e sostenibili strategie di sviluppo, che sappiano interpretare la complessità sociale ed economica; ad uno Stato che riesca, con le sue politiche, a coniugare interessi e bisogni interpretando con la stessa credibilità le esperienze alte della produzione e la fragilità delle categorie più deboli.

Insomma, uno Stato come grande agenzia di senso e di orientamento. In questo quadro rientra anche la questione del potenziamento dei programmi sociali che passa non tanto da un aumento dei livelli della spesa sociale bensì da una sua migliore, perciò misurabile, riqualificazione. Le indicazioni emerse nei confronti europei puntano l’accento sull’importanza di una variabile strategica: la qualità sociale.

«Noi vediamo – dichiara il Presidente dell’Eurispes – nella grande crisi dell’economia di “carta”, della finanza creativa e del mercato virtuale un evento positivo e liberatorio nello stesso tempo. Alla mano invisibile del mercato si è sovrapposta, per fortuna, quella invisibile della Provvidenza che ha smascherato e fatto crollare le impalcature di un sistema che stava conducendo l’Occidente al disastro. Le democrazie hanno prosperato per la loro capacità di consentire la crescita di vasti ceti medi e di incoraggiare la mobilità sociale consentendo anche ai più umili di far valere i loro meriti e le loro capacità. Già Tocqueville aveva spiegato che le democrazie non tollerano le grandi disuguaglianze. Perciò il tramonto dell’estremismo liberista, del regno delle minoranze che tengono in ostaggio le maggioranze, delle volpi e dei leoni rigenererà le democrazie.

L’Europa è obbligata a rivalutare il suo antico Modello di stato sociale, naturalmente aggiornandolo ai mutamenti intervenuti nel mercato del lavoro, ma rimettendo al centro dello sviluppo la persona, la sua dignità e le sue aspirazioni. Potremmo dire che stiamo uscendo dalla realtà virtuale per rientrare nella storia.

Per i motivi che abbiamo cercato di rappresentare siamo convinti – lo ribadiamo ancora – che l’Italia ce la farà riscoprendo il valore del suo antico realismo, le sue naturali vocazioni e puntando, finalmente, sulla affermazione di una nuova cultura del merito e della qualità».

 

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